Queste 4 storie sono tratte da un piccolo volumetto intitolato "Confessarsi come e perchè ?" scritto da don Ezio Gazzotti dehoniano. Ve le propongo perchè penso che ci possano seriamente aiutare ad accostarci al sacramento del perdono.
La prima storia: Innamorati, ma distratti
C’erano, nella nebbiosa Padania, un uomo ed una donna. Il loro incontro aveva avuto effetti folgoranti. L’amore era nato a prima vista. Si incontravano sempre in una delle stazioni di Milano, in mezzo ai pendolari. Pochi attimi, ma intensi. Un bel giorno il lavoro (e quindi l’occasione di incontrarsi) finisce. Allora dicono: "Dobbiamo vederci da soli, per conto nostro!" Idea giusta ed opportuna! Ma l’affetto gioca, talvolta, brutti scherzi. Fissano la data; si dimenticano di precisare il posto.
L’uomo si presenta, tutto ben tirato, alla stazione Centrale di Milano. La sua amata lo attende, per ore, nella stazione di Porta Garibaldi. Non si erano scambiati il numero di telefono. L’incontro non avvenne mai.
Mi viene in mente questa storia pensando alla Confessione.
Diciamo a questo proposito: "Sono disposto a confessare il mio peccato a Dio; non ho nessuna intenzione di enumerare le mie colpe davanti al prete". Il problema è lo stesso della storia sopra narrata: qual è il luogo fissato da Dio per l’appuntamento? Dio si è reso visibile in Cristo. Egli ha mostrato il perdono del Padre nelle parole, nei gesti suoi, ma soprattutto nella sua morte e risurrezione. Vale ora per noi ciò che l’angelo diceva alle donne: "Voi cercate Gesù di Nazareth? Non è qui. È risorto, Andate dai fratelli: là lo vedrete!" (Mc 16,7; Mt 28,5-7). La comunità è il luogo dell’appuntamento. Cristo si presenta puntuale all’appuntamento. Viene, effonde il suo Spirito, dice: "Pace". Mostra da dove nasce la remissione dei peccati: il suo costato trafitto. Come Tommaso anche noi, mediante la fede e i sacramenti, possiamo toccarlo (cf. Gv 20,19-31).
Perché mi confesso? Perché Dio è diventato uomo e si fa incontro a me, nel mio tempo, mediante gli uomini. Dio è disceso; si è fatto incontro. Gesù è il suo nome, la sua presenza. Lo si incontra e lo si vede dentro e mediante una comunità di peccatori. Essa ripete i suoi gesti. La salvezza non è vaga illusione. Non è un puro ripensamento o un ritorno sui propri passi. È accoglienza della Buona novella, è rito, è parola umana, è riconciliazione visibile. La Chiesa è come il buon samaritano. Si fa prossimo a noi, fascia le nostre ferite (cf. Lc 10,33-34).
Perché mi confesso alla Chiesa? Perché cerco il Cristo. Voglio ricevere il suo Spirito e vivere il passaggio da morte a vita. Mi interessa la sua "pace". C’è un luogo predisposto da Dio per me. Il Padre vuole che io vada dai fratelli, ascolti le Scritture, riceva il perdono mediante l’imposizione delle mani.
Se io pretendo di "confessarmi davanti a Dio" mi creo io un idolo. Resto dentro l’ambito di una sensazione. Con la comunità io arrivo invece all’esperienza. Ci sono infatti, nel percorso di conversione e nel rito sacramentale, tutti i segnali oggettivi che mi rivelano la presenza del Risorto: la comunità, il prete, le Scritture, l’invocazione dello Spirito (SC 7).
Dio ha fatto tanta fatica a venire sulla terra e a collocarsi al centro degli uomini; noi ora vogliamo ricacciarlo in cielo. Ci figuriamo un "Dio grande": non accettiamo che lui si riveli (e si nasconda) in un "modesto confessore".
La seconda storia: La nave e la gru
C’era una volta una nave. Era grande, era bella, era piena di passeggeri. Scivolava sulle onde. Non faceva avvertire alcun sussulto. Un giorno arrivò nei pressi del porto.
Ad un certo punto, si udì come un boato. La nave aveva urtato contro il fondo. Le macchine andavano "avanti tutta", ma la nave non si spostava.
Si lanciò l’appello. Vennero allora due navi. Una si pose davanti ed una si pose dietro. Si sentì un brusco scossone. La nave si muoveva. Andò in avanti, adagio. Si accostò alla spiaggia. Poi si incagliò di nuovo. Non si riuscì a farla muovere.
Qualcuno ebbe una luminosa idea: "utilizziamo una gru; la facciamo accostare da riva". Si fece così. Arrivò una gru, gigantesca, forte. La nave venne imbracata. Si cominciò a sollevarla. Poi, all’improvviso, ecco uno schianto: la gru si era abbattuta sulla nave. C’erano tanti curiosi sulla riva. Per anni, anche i turisti videro la nave e la gru che formavano un unico groviglio di rottami.
Mi viene in mente questa storia pensando alla Confessione. Il problema, in tutti e due i casi, è "aggrapparsi", "essere risollevati". Non basta una forza di pari livello (un’altra nave, una gru) per disincagliare il peccatore.
Per guarirci dalle malattie basta il medico. Per rimettere i peccati ci vuole Dio. Solo lui ci cambia dal di dentro. Solo Gesù può regalarci il suo Spirito e creare in noi un cuore nuovo; solo Dio ci salva.
Non esiste una salvezza self-service del tipo: io mi pento, mi riconcilio, offro anche una eventuale soddisfazione. In questo caso è il super-io che funziona da gru. Però ricade pesantemente su di noi. La Riconciliazione viene dall’alto. Dio la vuole; il Cristo la realizza. Ce la porge dentro e mediante una comunità. In quel "luogo" noi andiamo, manifestiamo la nostra malattia, incontriamo il medico. Ci aggrappiamo a lui. Egli ci risolleva, ci fa rinascere, ci fa risorgere.
Il peccato infatti non è una macchia esteriore. Non è pura trasgressione di una legge. Non si espia con riti umani o sensi di colpa. Il peccato si identifica con noi. È la condizione storica di divisione interiore, di durezza di cuore, di opacità della vista (cf. Rm 7). La sola unica, radicale terapia è la croce. Riconosciamo che Gesù ha preso su di sé il nostro peccato.
La riconciliazione non è il puro ritorno in sé. È l’aggrapparsi a qualcuno (Cristo) che è esterno, è Figlio di Dio, viene dal cielo.
La liberazione dal peccato non è pura pacificazione con noi stessi. È regalo sicuro, è salvezza storica, comunitaria, visibile. Non è una questione morale ma teologica. Abbiamo smarrito Dio. Tutta la nostra vita è salvata anche in una "modesta confessione".
Al centro del rito non stanno i nostri sbagli o errori o neanche i nostri peccati. Se questo orizzonte svanisse, non resterebbe più nulla. Al centro sta l’amore inesauribile, potente, eterno, fedele di Dio, che si è espresso nella Pasqua di Gesù (cf. Rm 8,37-38).
Tutto ha l’andamento di una festa per un ritorno (cf. Lc 15,11-32). Abbiamo smarrito la nostra famiglia, la Chiesa. Essa ci riammette. Avevamo ricevuto dalla comunità la vita, con il Battesimo. Essa, invocando lo Spirito, ce la restituisce. La nostra esistenza è tutta dentro il suo ambito. È lei che ci battezza, imbandisce per noi la mensa della Parola e del Pane. Da lei riceviamo il perdono di Dio.
La terza storia: Simone e Giuda
Questa storia è narrata nei Vangeli (Mc 14,66-72; Mt 26,69-75; Lc 22,55-56).
Due personaggi sono posti a confronto all’interno della passione di Gesù. Simone tradisce Gesù: lo rinnega. Afferma con giuramento di non averlo mai conosciuto. Giuda vende il Signore. Lo fa forse per denaro o forse per motivi politici.
È difficile dire chi dei due (Simone o Giuda) abbia peccato di più. La differenza sta nel "dopo". Giuda è tutto preso dal senso di colpa. Pensa che il suo peccato sia più grande dell’amore di Gesù. Il senso di colpa lo conduce a togliersi la vita. Tutta la sua attenzione è rivolta a se stesso, al suo peccato. Simone incrocia lo sguardo di Gesù. Allora fugge e piange amaramente. Pietro è la figura del senso del peccato. Percepisce di avere tradito un amore. Sente che Gesù gli resta fedele. Riconosce la sua meschinità. Capisce che Dio può tutto. L’amore di Gesù è ben più grande del suo peccato. Sente che il Signore gli tende la mano. Egli è all’inizio di una vita nuova e divina.
La quarta storia: Una festa o una improvvisata?
C’erano due famiglie mafiose. Si erano sempre odiate. Ognuna di loro rispondeva, colpo su colpo, ogni volta che qualcuno dei "suoi" veniva ucciso.
Ma, un bel giorno, un ragazzo di una delle due famiglie incontra una ragazza dell’altra famiglia. Nasce subito un affetto profondo. Continuano a frequentarsi, nonostante l’opposizione dei genitori e nonni. Alla fine decidono di sposarsi. Dicono ai loro parenti: "La guerra è inutile; lascia sul terreno solo morti e feriti; non possiamo in eterno contrapporci". Il discorso piace: tutti sembrano convinti e persuasi.
Arriva il giorno delle nozze. È una festa solenne. Tantissimi sono gli invitati, spropositati i regali. I capi si scambiano i brindisi e gli auguri.
Ma capita un incidente. Un uomo fa un "complimento" non proprio educato ad una donna dell’altra fazione. Ella va a riferire tutto a suo marito. Egli si presenta, estrae la pistola. "Risolve" così, a modo suo, la faccenda. Nasce una colluttazione generale. I tavoli vengono rovesciati. Tutto finisce con una strage.
Mi viene in mente questa storia pensando alla Confessione. Talvolta si pretende che ci sia "la festa" e non si sono riconciliati gli animi. Si presume di chiedere perdono a Dio, ma non si pone prima alcun gesto concreto di scusa ai fratelli. Si va dal prete per non andare dalla moglie o dai figli o dai colleghi. C’è la Confessione, ma non esiste alcun segnale di conversione. Si vuole il Sacramento, ma non si vuole la Parola. Si carica tutta l’efficacia sul rito; non si perde tempo per sentire il Dio misericordioso che "si rivolge a noi" e parla nel cuore. Si sono infrante tante relazioni (con se stessi, con Dio, con il prossimo): si rimettono insieme le cose quasi si trattasse di cocci infranti.
Lc 15,11-32 narra il percorso verso la festa. Essa è grande, vera, autentica perché prima c’è tutto il percorso: l’andare via, lo smarrire il Padre, il provare il sapore della morte, il rientrare in se stessi, l’incamminarsi in direzione opposta, il sentire il visibile abbraccio di Dio, il vedere i fratelli nella gioia.